La montagna è sacra: l’incontro di Dio e l’uomo

21 Aprile 2019 Off Di Dolomiti da sogno

In quasi tutte le religioni la presenza delle montagne, come luogo di incontro fra Dio e l’uomo, diventa una costante.
Nelle grandi religioni, il monte, a motivo della sua grandezza, del suo innalzarsi verso il cielo, della sua solidità, è considerato la dimora del dio invisibile la cui maestà è nascosta dalle nubi. Il monte, essendo, il luogo dove gli dèi abitano, è ritenuto anche il luogo da dove la salvezza può arrivare.



Fin dall’antichità, la montagna, nell’arte e nella religione, è considerata un simbolo. La parola simbolo deriva dal greco sún ballw (sun ballo) e indica mettere insieme. La montagna, infatti, “unendo” cielo e terra, mette in relazione due realtà : quella terrena degli uomini con quella divina poiché in moltissime culture religiose antiche il cielo è la sede degli Dei, un mondo in cui è proibito l’accesso all’uomo. In tutte le religioni antiche era presente un simbolo che unisce gli Dei agli uomini.

Dalle popolazioni mesopotamiche passando per le piramidi dei Maya e degli Aztechi, i templi greci posizionati sulle alture, il monte Fuji in Giappone per arrivare alla storia della cristianità, la montagna assume una condizione speciale per l’incontro tra Dio è l’uomo.



Alcuni monti nella esperienza biblica sono i luoghi scelti da Dio per manifestarsi. Vi è il monte Moria verso il quale Abramo sale con Isacco per offrirlo a Dio e dove incontra Dio che non vuole sacrifici umani (cfr. Gen 22,1 ss.). Mosè ascende sul Sinai-Oreb ritenuti, per eccellenza, monti della rivelazione. Sul monte Mosè sperimenta la presenza divina nella nube (cfr. Es 19,1) e vede la gloria del Signore (cfr. Es 33,18). Mosè sull’Oreb incontra Dio (cfr. Es 3,1) e su di esso condurrà il popolo (cfr. Dt 1,6). Dio si stabilisce sul monte Sion.



Nel Vangelo secondo Matteo, Gesù ama salire sui monti, e invita coloro che lo seguono ad ascendere sul monte.

Le montagne che scandiscono la vita pubblica di Gesù dalle tentazioni (cfr. Mt 4,8) al mandato apostolico (cfr. Mt 28,16) sono sette. Centrale è il monte delle beatitudini dove Gesù presenta il suo programma (cfr. Mt 5-7) cui corrisponde il monte, dove dopo la sua resurrezione, Gesù consegna il mandato missionario (cfr. Mt 28,16-20). Non sappiamo quale sia questo monte. Un dato è certo: gli undici per poterlo incontrare hanno dovuto fare una «salita» sul monte fissato da Gesù (cfr. Mt 28,16), per poi «discendere» e andare, inviati da Gesù, verso i confini della terra.

L’ascesa alla montagna diventa il momento in cui l’uomo si spoglia delle cose inutili, dei legami e il cammino diventa una metafora di cambiamento per arrivare in cima con sentimenti e malleabilità d’animo e poter contemplare la bellezza del creato..

Una volta arrivati in cima la parola d’obbligo è contemplare in silenzio. Contemplare attraverso la maestosità dei panorami la piccolezza dell’uomo e di tutte le sue avidità. Contemplare in silenzio….

Non c’è bisogno di prove particolari per capire che la montagna è sinonimo di silenzio. Il silenzio si associa facilmente al concetto di solitudine e ci mette in contatto con i nostri istinti primordiali e riscoprire il semplice e puro stato dell’esistere. Esistenza fine a se stessa senza ulteriori scopi, senza ulteriori speculazioni senza nessun obiettivo se non quel semplice piacere di sentirsi vivi.



Condividiamo una riflessione fatta da Agostino Clerici sulla creazione del creato

“Appena si era fatto giorno, il creatore era salito su un alto monte e da li aveva cominciato a contemplare l’opera che aveva fatta.

Contemplare è una delle azioni più inutili e più belle che ci sia sulla terra. Non è la somma di sguardi frettolosi. Nemmeno l’analisi raziocinante che cerca di mettere ordine.

Contemplare è pura gratuità, che sa ritrovare le tracce dell’essenziale nella complessità del mondo. L’azione – e anche la creazione, quindi – ha bisogno di contemplazione per poter esistere.

Ora, il creatore aveva agito con la più grande sapienza sin dal primo momento. Non aveva dubbi su quanto era uscito dalle sue mani. Nessun ripensamento.

L’esclamazione che aveva chiuso ogni giornata – “Che bello!” – gli era sfuggita nuovamente, non appena giunto al monte.

Ora aveva lo stupore di un convinto giudizio estetico, quello si può dare quando l’opera è finalmente conclusa. Solo adesso una piena contemplazione era possibile.

E restò lassù tutto il giorno a contemplare. Soddisfatto di quel dinamismo della perfezione che aveva dipanato la terra.”

E allora buon cammino e buona contemplazione a tutti!!!



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